Quando dici Veneto pensi subito – inevitabilmente - al Prosecco, poi forse all’Amarone della Valpolicella, al Ripasso e ad altri vini. Solo qualche vero appassionato, soprattutto se veneto, citerà anche il Raboso. Eppure questo vitigno autoctono, coltivato nelle terre del Piave da oltre 5 secoli, non è meno rappresentativo della regione di tutti gli altri.
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Due vitigni autoctoni siciliani, un bianco e un rosso, per un vino che non c’era.
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La storia è nota: per decenni la Sicilia è stata vista dal mondo del vino italiano, specialmente quello del Nord, come un comodo serbatoio di uve da taglio e vini sfusi a cui attingere al bisogno, chi più, chi meno. Era così ancora negli anni ‘80, agli inizi dei quali però una storica azienda, la cantina Duca di Salaparuta fondata nel 1824, riuscì a imprimere una prima, significativa scossa al sonnolento panorama vitivinicolo dell’isola. Sotto la guida dell’enologo piemontese Franco Giacosa, si affacciarono sul mercato due etichette, per l’epoca, dirompenti: il Duca Enrico e il Bianca di Valguarnera.
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Non è insolito in Alto Adige imbattersi in formazioni rocciose imponenti, stratificati, perfino colorate. Ad uno sguardo distratto possono dire poco o nulla. Ma prova a soffermarti un momento e osservare con attenzione, per esempio, quello strato biancastro che sfuma nel grigio scuro. Sì, quello giù in basso che puoi vedere in questo video. Sembra quasi insignificante di fronte alla maestosità delle rocce che lo sovrastano.
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Il Pinot Grigio è un vitigno particolare: pur essendo un’uva "grigia" dalle sfumature rosate, ha costruito il suo successo globale presentandosi come vino bianco. Oggi però assistiamo a una riscoperta della sua anima più autentica: il Pinot Grigio Ramato. Questa tipologia, definita spesso dai mercati anglosassoni come blush wine, sta conquistando i consumatori grazie a un profilo sensoriale che si avvicina quasi a quello di un vino rosso.
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In Italia, nelle oltre 300 DOC , le poco meno di 80 DOCG e poco più di un centinaio di IGT, le dimensioni possono variare parecchio. Si va da DOC interregionali come quella del triveneto Pinot Grigio delle Venezie (con una superficie produttiva di 27.000 ettari spalmata su tre regioni e una quantità pari a 230 milioni di bottiglie) a denominazioni molto piccole, come Delia Nivolelli (appena 2,44 ha), che inizia e finisce nel territorio circostante la città di Marsala.
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Tempo di cene (aziendali, amicali, parentali) e non sapete che vino portare? Con uno spumante secco si va sempre abbastanza sul sicuro. Si abbina piuttosto facilmente con tutto, con le sue bollicine fa festa anche da solo, e in genere non intimorisce nessuno (e se siete alle prime armi con il vino e odiate sentirvi intimoriti, c’è un libro per voi, qui).
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Gentile, succosa, bevibile. La Barbera piemontese è un’uva amichevole. Se la si tratta bene, con cura e attenzione, poi ripaga. “La Barbera è l’italianità del vino – ha commentato il consulente strategico e profondo conoscitore del mondo del vino Costantino A.Gabardi, che nell’ultima edizione del Barbera Wine Festivaldi Asti ha guidato una masterclass interamente dedicata a questo vitigno – E’ una delle varietà più diffuse nel mondo, dalla Nuova Zelanda al Sudamerica, perché è resistente, ha una buona produzione, e un’acidità sempre apprezzata.”
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Maggio è il mese per eccellenza di Cantine Aperte, e con l’allungarsi delle giornate e l’alzarsi delle temperature, per gli appassionati di vino ricominciano anche le esplorazioni di regioni vinicole e la ricerca di nuove cantine da visitare. In genere, quando si parla di casi di successo in ambito enoturistico, intendendo con questo aziende con un alto numero di visite e un’altrettanto alto rating di gradimento da parte dei visitatori, si citano cantine iconiche, celebri in Italia e nel mondo, oppure – per i wine lover più esigenti – piccole realtà artigianali dove il focus è più sul racconto e le caratteristiche dei vini che non sull’estetica della cantina stessa.
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Si sa che Vinitaly è più un momento di relazioni che di degustazioni vere e proprie, anche se di vini da assaggiare ce ne sono migliaia e le masterclass si sprecano. Alla fine sono tali e tante le etichette assaggiate in poco tempo, che solo alcune restano impresse per i motivi più vari. In questa seconda tornata, ne cito ancora qualcuna.
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